Governo
Civico Marche Liste Civiche
Marche
Il Coordinamento Regionale
1.316 tonnellate di testate alla
iprite scaricate al largo delle coste marchigiane
Al Presidente della Regione Marche
Ai Presidenti delle Provincie di Ancona, Pesaro Urbino, Macerata, Fermo, Ascoli
Piceno
Ai Sindaci dei Comuni marchigiani
Loro sedi
Il coordinamento regionale
delle Liste Civiche marchigiane chiede agli amministratori pubblici della
regione di farsi portatori presso il Governo Italiano di una richiesta di:
-
informazioni su quanto a conoscenza
degli organi competenti in merito alla notizia diffusa a mezzo stampa e ripresa
dai media nazionali circa l’esistenza di 1.316 tonnellate di testate alla iprite
scaricate al largo delle coste marchigiane;
-
informazioni sullo stato dei
materiali abbandonati e sulla loro tossicità e pericolosità per la salute dei
cittadini;
-
eventuali programmi per il recupero
e lo smaltimento dei residuati bellici.
In
allegato le fonti inerenti alla notizia diffusa recentemente dal giornalista e
autore dell’inchiesta Gianluca Di Feo nel corso della trasmissione “Linea Notte”
di RAI 3.
Il coordinamento regionale delle Liste Civiche
marchigiane
Fonte:
http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/20860875 <http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/20860875>
L’ITALIA TOP SECRET
DELLE ARMI CHIMICHE
di Gianluca Di Feo
Migliaia di tonnellate di bombe letali prodotte dal
fascismo. Finite in mare davanti Ischia e la Puglia. Dove continuano a seminare
i loro veleni. Un libro ricostruisce la storia degli ordigni più orribili.
Questa è la storia di un segreto di cui tutti si vergognano. Ministri,
generali, industriali, professori lo hanno difeso con il silenzio per
generazioni, fino a farne perdere la memoria e farlo svanire nel nulla. Il
protagonista di questo libro è un fantasma immortale: ancora oggi continua ad
uccidere, lo fa da ottant’anni. Ha divorato vittime innocenti in Libia e in
Etiopia, poi si è accanito sulla salute degli italiani. È entrato nella nostra
aria, nella nostra acqua, nella nostra terra. Ed è ancora lì: alle porte di
Roma, alla periferia di Milano, nel golfo di Napoli, nel mare di Bari, sulla
costa di Pesaro, sulle rive del Lago Maggiore, nei fiumi d’Abruzzo. Ovunque.
Progettato per essere invisibile, prosegue indisturbato nella missione assassina
per cui è stato generato. Semina la morte, soffoca i corpi con malattie
incurabili, di cui nessuno vuole indagare l’origine. Questa è la storia dei
veleni – creati dalla dittatura fascista e protetti dalla Repubblica democratica
– che hanno trasformato gli angoli più belli della Penisola in cimiteri di
vampiri che minacciano di uscire dalle loro bare in qualunque momento. È la
storia di esperimenti orribili e dimenticati: di batteri e tossine trasformati
in bombe provate sulle spiagge del Lazio, della Liguria e della Sardegna, di
nubi di bacilli scagliate sui combattenti spagnoli che lottavano per la libertà,
di insetti mutati in killer da scienziati nazisti senza scrupoli. Questa è la
storia di industriali che si sono arricchiti distillando sostanze letali,
entrando in società con i finanziatori dell’Olocausto, violando qualunque legge.
Di decine di fabbriche che, grazie al segreto di Stato, hanno scaricato il loro
sangue marcio nei fiumi, nei terreni, nelle riserve idriche. Di impianti mai
bonificati, veri e propri scheletri tossici che costellano il nostro Paese.
Ministri eletti dal popolo italiano e generali delle nostre forze armate hanno
deliberatamente taciuto, coprendo con il silenzio gli arsenali nascosti nei
boschi della Tuscia, dell’Umbria, della Maremma, occultando gli stabilimenti
proibiti della provincia di Roma e di Milano. Una storia infinita, perché ancora
oggi le scorie di questi arsenali non hanno trovato una tomba sicura e
continuano ad accumularsi in un bosco di Civitavecchia. Questo è un viaggio
nell’abisso più nero del nostro Paese: la storia delle armi chimiche italiane.
Attraverso i documenti inediti ritrovati negli archivi britannici, americani e
tedeschi si è ricostruito un capitolo vergognoso della nostra Storia.
Attenzione: non è storia passata, è il nostro presente. Le armi chimiche sono
state progettate per essere immortali. Sono cancerogene e possono anche causare
mutazioni genetiche. Ma soprattutto le armi chimiche sopravvivono a lungo nel
terreno e nell’acqua, fedeli alla loro missione assassina: le migliaia di bombe
che giacciono nel mare di Ischia, di Manfredonia, di Foggia, di Molfetta possono
ancora uccidere. Eppure questo segreto è stato difeso con ogni strumento. Ancora
oggi non si riesce a stabilire con esattezza quante armi chimiche siano state
prodotte in Italia tra il 1935 e il 1945. Il piano varato da Benito Mussolini
all’inizio della guerra prevedeva la costruzione di 46 impianti per distillare
30 mila tonnellate di gas ogni anno; i documenti britannici analizzati in questo
libro – decine di file con rapporti segreti, relazioni diplomatiche, verbali di
riunioni del governo, minute di interventi di Winston Churchill e altri atti
riservati che riguardano un periodo dal 1923 al 1985 – sostengono che si possa
trattare di una quantità «tra le 12.500 e le 23.500 tonnellate » ogni anno,
ancor di più durante l’occupazione nazista del Nord. Si trattava di iprite, che
divora la pelle e uccide togliendo il respiro. Di fosgene, che ammazza
provocando emorragie nei polmoni. Di miscele a base di arsenico, che entrano nel
sangue fino a spegnere la vita. A questo arsenale sterminato si sono aggiunte le
armi schierate al Nord dai tedeschi e quelle importate al Sud dagli americani e
dagli inglesi. L’ultimo saggio pubblicato negli Usa da Rick Atkinson sostiene
che solo gli statunitensi dislocarono negli aeroporti del Sud 200 mila bombe
chimiche. Fu proprio durante uno di questi trasferimenti nel porto di Bari
che nel dicembre 1943 una nave piena di iprite esplose, contaminando acqua e
aria: il disastro, il più grave mai avvenuto nel mondo occidentale, venne tenuto
nascosto. Winston Churchill in persona ordinò di tacere, e in tal modo i feriti
non hanno potuto ricevere cure adeguate. Ma dei cittadini baresi aggrediti dal
gas non si è mai saputo nulla. Quanti hanno ereditato leucemie, tumori,
devastazioni ai polmoni? L’inferno di Bari è stato un danno collaterale
nell’equilibrio del terrore. Come è accaduto con le testate nucleari durante la
Guerra fredda, tutti gli eserciti dovevano possedere armi chimiche per impedire
che i nemici le usassero, temendo la rappresaglia. E come è accaduto per le
atomiche, solo i capi di governo decidevano la sorte di queste armi che non
dovevano cadere in mano agli avversari. Così fu Hitler a dare il via libera alla
prima di tante operazioni nefaste: affondare nell’Adriatico oltre 4.300 grandi
bombe tossiche. Grazie ai documenti degli
archivi tedeschi sappiamo che si trattava di 1.316 tonnellate di testate
all’iprite, gran parte delle quali si trovano ancora nei fondali a sud di
Pesaro. Dopo il 1945 gli Alleati si liberarono del loro arsenale di
gas e di quello catturato agli sconfitti. I files dell’US Army – documenti in
parte ancora segreti – rivelano che molte decine di migliaia di ordigni chimici
vennero inabissati in una «discarica chimica» nel Golfo di Napoli,
davanti all’isola di Ischia. Lo stesso è accaduto in Puglia, partendo daManfredonia,
dove altre decine di migliaia di testate con veleni made in Usa furono annegate.
I rapporti la descrivono come una manovra piena di incidenti: molti ordigni
andarono letteralmente alla deriva. Questo colossale cimitero sottomarino libera
lentamente i suoi spettri: le bombe si corrodono e rilasciano iprite e arsenico.
L’unico studio condotto nel 1999 dagli esperti dell’Icram ha trovato tracce
delle due sostanze negli organi dei pesci di quella zona e nei fanghi del
fondale. Il responsabile dei ricercatori, Ezio Amato, ha denunciato una
situazione agghiacciante: «I pesci del basso Adriatico sono particolarmente
soggetti all’insorgenza di tumori, subiscono danni all’apparato riproduttivo,
sono esposti a mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi». Ma i
mostri tossici non dormono soltanto in fondo al mare. In molti sono stati ignari
di abitare in quartieri che sorgono intorno, o addirittura sopra, a vecchi
stabilimenti di armi chimiche, in molti sono stati all’oscuro della reale
produzione di queste fabbriche. Miscele cancerogene, che hanno minato
l’ecosistema, inquinando aria, terra, acqua. L’Acna di Rho ha convogliato
i suoi scarichi nella falda idrica che scorre verso il centro di Milano, quella
di Cesano Maderno ha contaminato la Brianza e sempre in Lombardia a
Melegnano dai suoli della Saronio continuano a sbucare nuvole nocive. I
dossier dell’intelligence britannica parlano di 60-65 mila tonnellate di armi
chimiche prodotte a Rho, 50-60 mila tonnellate a Cesano Maderno, altre decine di
migliaia a Melegnano. Il tutto secondo le priorità di guerra, scaricando fanghi
e scarti nei fiumi e nei campi. I militari italiani per tutto il dopoguerra
hanno protetto due stabilimenti di gas top secret: uno a Cerro al Lambro,
davanti al casello milanese dove nasce l’Autostrada del Sole, l’altro aCesano
di Roma, nel territorio della capitale. Sono stati smantellati soltanto nel
1979, senza notizie di un risanamento sistematico. Non si sa nemmeno se ci sia
stata una bonifica dei laboratori sperimentali di via del Castro Laurenziano,
nel cuore di Roma, accanto alle aule della Sapienza e ai condomini, dove si
testavano i nuovi gas. Quando, dopo la caduta del muro di Berlino, i generali
hanno deciso di abbattere le loro riserve chimiche, le sorprese non sono
mancate. Tutti i governi italiani avevano negato la presenza di gas bellici sul
territorio nazionale; Giulio Andreotti nel 1985 lo aveva addirittura ribadito
davanti al Parlamento. E invece esistevano almeno tre bunker, ripuliti poi nel
massimo segreto. Il più importante era sul lago di Vico. Un’installazione colma
di misteri e pericoli: durante i lavori nel 1996 una nube di fosgene è scappata
via e ha raggiunto la strada, aggredendo un ciclista. Quell’uomo è l’ultima
vittima europea delle armi chimiche. Solo nel 1997 si è scoperto che l’Esercito
aveva messo da parte almeno 150 tonnellate di iprite del modello più micidiale,
mescolata con arsenico. In più c’erano oltre mille tonnellate di adamsite, un
gas potentissimo ma non letale usato contro le dimostrazioni di piazza. E 40
mila proiettili chimici. Per neutralizzarli è stato creato un impianto
modello a Civitavecchia che imprigiona le scorie velenose in cilindri di
cemento. La fabbrica di pace lavora senza sosta dal 1993 e continuerà a farlo
almeno fino al 2015. Lì i cilindri di cemento all’arsenico, custodi testamentari
del delirio chimico, continuano ad aumentare: sono già molte migliaia, in attesa
che venga individuato un deposito definitivo dove seppellirli. E forse un giorno
qualcuno si porrà il problema delle discariche sottomarine. Gli ordigni seminati
dagli americani sono spesso a pochi metri di profondità: un incredibile self
service per qualunque terrorista, che potrebbe mettere le mani sulle armi più
potenti per scatenare l’apocalisse. Abbiamo invaso l’Iraq per cercare le armi di
distruzione di massa, invece sarebbe bastato tuffarsi nelle acque di Molfetta o
di Ischia per trovarne a migliaia. Arrugginite fuori, micidiali dentro. (23
novembre 2009) L’Espresso
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/articolo/2115480 <http://espresso.repubblica.it/dettaglio/articolo/2115480> |