'Polis - Lab'
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conferenza-dibattito

Tullio Colsalvatico:

L'uomo, la terra, il tempo


relazione:
 Prof. Enzo Calcaterra
"Gli aforismi e l'umile filosofia"

Prof. Sergio Scoppolini

"Lavoro per giustificare il mio ozio"

presentazione:
 Franco Casadidio

8 Dicembre 1995
ore 17.00
Sala del Circolo Cittadino - Palazzo Sangallo

Tullio Colsalvatico
Profilo bio-bibliografico essenziale

Tullio Pascucci,
il cui cognome sarebbe stato da lui stesso modificato successivamente in Colsalvatico, nacque a Colvenale, frazione collinare ai confini tra Camporotondo e Tolentino, nella centrale provincia marchigiana di Macerata, il 21 agosto 1901, da antica famiglia di possidenti di campagna. Trascorse la sua infanzia  in questo ambiente  in cui il silenzio dei campi e la tradizione familiare conferirono una particolare impronta alla sua vita di uomo e di artista. Portati a termine gli studi tecnici. intraprese quell'attività intensa di letterato e di uomo di cultura che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita.
Viaggiò in Italia e in Europa, tenne numerose conferenze. si dedicò all'archeologia, fornendo un significativo contributo all'identificazione di alcune zone delle Marche di particolare interesse. Fondò inoltre istituti culturali e scientifici. istituì biblioteche popolari. Nell'ultima guerra, soprattutto nella sua fase conclusiva e più drammatica, non fece mancare il suo impegno a favore della libertà, per la quale venne anche decorato.
Tra i suoi più prestigiosi e numerosi incarichi fu anche la presidenza dell'Istituto Internazionale di Studi Piceni. Scrisse romanzi, racconti, poesie, aforismi, e le sue opere furono tradotte in varie lingue. Tra gli scritti ricordiamo. "Rapsodia Prima"(1937. "Marito a chi lo trova"(1949), per il quale vinse il premio "Borgese' ', ''La terra del peccato"(1951), già insignito del premio ''Lido di Roma" nel 1941, le raccolte di novelle "Novelle per cento giorni"(1956), "Sposalizio"(1958) e ''L'Americana"(1967).
Nel 1957, 1964 e 1972 uscirono le tre fortunate edizioni dei suoi aforismi con lo stesso titolo de "L'uomo, il tempo e l'amore", altre raccolte poetiche furono pubblicate con i titoli di "Trasparenze"(1966), "Solitudine" '(1969) e "Montefano" (1978). Nel 1959 la ristampa di "Marito a chi lo trova'' venne abbinata al romanzo ''La finestra che non si accese" e nel 1977 fu pubblicata in volume la raccolta dei suoi ''Racconti".Collaborò costantemente a giornali e riviste di carattere locale e nazionale come"il Resto del Carlino", "La Gazzetta del Popolo", L'illustrazione italiana", "Popolo Nuovo", "Il Roma" e "Il Giornale d'Italia". Trascorse i suoi ultimi anni tra studio e meditazione a Tolentino. dove morì il 21 settembre 1980.
a cura di
Enzo Calcaterra.

In occasione dell'incontro dell'8 dicembre presentiamo due contributi su Tullio Colsalvatico di Enzo Calcaterra e Sergio Scoppolini

 Tornando a casa con Tullio Colsalvatico
 
di Enzo Calcaterra

Qualche anno fa, in una delle mie frequenti bighellonate per librerie, fui attratto da un titolo: "L'idea delle Marche". Ero fresco (per così dire) di quasi tre lustri trascorsi per lavoro (ebbene sì: anche fare il professore di liceo è un lavoro, troppo spesso fatica, sempre più raramente divertimento) in Alta Italia. Come si sa, stare lontano dalla propria terra e dalle proprie radici produce uno strano e ambiguo effetto: le si riscopre nel ricordo e negli affetti più vive, talora osservandole con maggiore distacco, non di rado con occhio risolutamente severo. Per questo. l'idea della propria "Piccola Patria" viene filtrata dagli anni e dalle esperienze. liberandosi da superficialità e distrazioni dì "indigeni", affinandosi nella meditazione e nella nostalgia, ammorbidendosi e arricchendosi di sfumature nei tratti, nei toni e nei giudizi. In questo modo colori, sapori, luoghi del sentimento e dell'intelletto si moltiplicano e rafforzano anno dopo anno.
Aprii il nuovo acquisto con curiosità prima che interesse, per scoprire nei vari saggi in esso contenuti un mosaico sfuggente, che dall'arte alla cronaca, dalla letteratura al cinema conferma un'idea delle Marche... inafferrabile! Infatti in questa "terra delle armonie"(le Marche, per l'appunto)il fascino sta, in buona sostanza, nell'essere luogo delle contraddizioni, somma di contrari, caleidoscopio che non si lascia facilmente incardinare dalle etichette, anche se tentativi non mancano persino al giorno d'oggi Ma perché questo lungo, tuttavia non inutile preambolo? Debbo precisare che al momento di far partire un'iniziativa culturale avente come "pretesto" la figura di Tullio Colsalvatico, la prima domanda che mi posi fu proprio questa: in cosa l'autore - che pure ha sempre ostentato le sue radici marchigiane e le ha considerate tra le sue muse più preziose - si riconosce veramente nelle Marche e che cosa, per converso, gli deve oggi la "marchigianità"?
Di Colsalvatico (confesserò anche questo) conoscevo poco o niente e in quanto alla sua opera mi portavo dietro un bel mucchietto di pregiudizi, di quelli che scaturiscono da una scarsa o distratta conoscenza delle cose e delle persone. Dunque per me Colsalvatico era la quintessenza del localismo, una tra le innumerevoli frattaglie della letteratura novecentesca, un cascame misto di bozzettismo e folklore, rimasticato con un pò di dannunzianesimo mal digerito. In definitiva, uno scrittorucolo che per trovare spazi nella storia letteraria si era ridotto a bisbigliare ai suoi margini per scelta, cautela, calcolo, più interessato a corteggiare che a farsi corteggiare tra salotti medio-alti e angoli accademici di second'ordine, fotografo di una società e di un mondo più immaginati che vissuti. con la puzza al naso dall'esterno, più che sofferti e macerati nel dubbio o nel tormento della miscredenza.

Eppure Colsalvatico (così riporta il risvolto di copertina di un suo libro) "nasce da antica famiglia di agricoltori". trascorre la sua vita in campagna, dove il silenzio agreste e l'educazione familiare daranno un'impronta alla sua vita e alla sua arte.
Ma ha anche viaggiato ovunque, tenuto conferenze, fatto l'archeologo, fondato istituti culturali e scientifici, istituito biblioteche popolari, dato un suo contributo al momento drammatico vissuto alla fine del fascismo. Soprattutto ha pubblicato e tradotto in varie lingue libri di racconti, romanzi, poesie, articoli, aforismi.
Proprio muovendo da quest'ultimo genere -per il quale non ho mai nascosto una sorta di maniacale predilezione, variamente ma seriamente motivata- ho cominciato a riscoprire Colsalvatico; o, più esattamente, il senso della nostalgia per le radici tra le righe di uno scrittore morto da quindici anni e già quasi dimenticato. Forse, come mi è accaduto spesso, l' ho fatto partendo dai punti più lontani, due coordinate nel tempo (un autore d'altri tempi) e nello spazio (un fazzoletto di terra distante centinaia di chilometri da casa mia), felicemente combinate dal caso e dall'imprevisto. Per me l'aforisma, di stretta misura con l'accento poetico, rappresenta il picco più alto della sapienza che si fa parola, oltre i quali c'è soltanto il segno, per sconfinare nel silenzio della contemplazione.
Una "filosofia" genuina quella di Colsalvatico. che sottende le sue poesie, i suoi racconti e romanzi e non li riassume o "congela". al contrario di quanto si potrebbe credere. Così parleremo di Colsalvatico, forse. Ma più a fondo e con forza discorreremo delle nostre radici. quelle verso cui convergono tutti i dibattiti e le mille idee sulla "marchigianità". queste ultime così ostiche a farsi catalogare o ridurre a "tipologia". Si arriva così alla scoperta della parte più autentica di noi stessi e della nostra identità. Tutto questo non è legato al tempo, alle mode, agli stili ma al nostro modo di riconoscerci, oltre la stessa regionalità e il campanilismo, pur essi segni non irrilevanti di una originaria autenticità. Non parleremo di Colsalvatico per commemorarlo, vivisezionarlo, imbalsamarlo, riabilitarlo o consegnarlo nuovamente alla polvere e al disinteresse. In fondo ci troveremo, con il suo ammiccare insieme intelligente e ironico, a riconciliarci con noi stessi, a ritornare a quella casa e a quell'angolo di mondo che non abbiamo mai veramente perduto e dimenticato. Perché per dirla con lui:


Tutte le strade conducono alla casa che hai perduto.
anche se non percorri la strada del ritorno

E
forse quella casa era meno lontana dl quanto non pensassimo.



L'INQUILINO DEL PIANO DI SOPRA
ovvero Tullio Colsalvatico

di Sergio Scoppolini


Non è facile per me parlare con distacco di Tullio Colsalvatico; troppe volte - fin da bambino - ne ho sentito la presenza. o forse sarebbe meglio dire l'aura, sotto le sembianze di un'ambivalente, magica figura: l'inquilino del piano di sopra. Pensate ad un bambino che frequenta le elementari. portato di natura a fantasticare, con una precoce, smodata passione per i libri ed al "Maestro", figura dall'aspetto ieratico, che si aggira senza far rumore tra montagne di libri sparse un po' dovunque ed a cui tutti parlano abbassando la voce; cosa può pensare quel bambino? Come può conciliare una figura quasi fantastica con un semplice coinquilino? Certo, il bambino cresce, le favole discolorano nel tessuto grigio della realtà, ma può morire completamente quel piccolo sognatore? Così un Pò di quel Colsalvatico è rimasto nel mio tessuto immaginifico in un continuo mescolarsi con la persona in carne ed ossa: un austero signore con il pizzo, sempre timoroso della violazione della sua privacy, infastidito da ogni rumore estraneo (compreso me quando strimpello il piano), che vorrebbe accendere il riscaldamento condominiale in modo da avere 25° in pieno gennaio e che, affissa alla porta di casa tiene una mattonella di ceramica su cui campeggia l'antico saluto francescano" Pax et Bonum".
Ed alla fine la voglia di leggere alcune delle sue opere, di quei volumi freschi di stampa che portano sul frontespizio illeggibili dediche ai miei genitori: novelle, poesie, aforismi.
Sicuramente l'opera che mi ha dato il godimento più immediato è stata "L'uomo, il tempo, l'amore" un vivace, sottile, ironico gioco aforismatico dominato da un caldo amore per il mondo e da un sereno abbandono di Dio. Non è però attraverso gli aforismi che vorrei rivivere il "mio" Colsalvatico ma attraverso le poesie, esplicitamente quelle raccolte nel volume "Trasparenze
Operetta lieve ma densa le cui linee tematiche si legano, si fondono, si rincorrono come in ogni buon gioco polifonico, ma in cui si avvertono onnipresenti le note di un basso ostinato che sostiene tutta la struttura con alcune "semplici"note di immediata chiarezza: il divino, che appare in ogni forma - dalla piena manifestazione alla sottile ed elusiva presenza di fondo -,la natura onnipresente ma sfaccettata in una miriade d'immagini, la morte -sempre dignitosa e serena -, l'addio, solenne e profondo, il sogno e la solitudine.
Purtroppo la ridondante presenza di questi temi ha portato alcuni a considerare Colsalvatico un "poeta contadino" le cui "origini terrestri" ne fanno al massimo un fine ed arguto "poeta di paese".
In realtà non c'è nulla di più falso: nei suoi versi piani ed
 armonicamente regolari si esprime una visione cosmica, atemporale, totalizzante:

lo sono TE

Ha l'universo il ritmo nel sangue
e
il mio respiro lo percorre quando
freme lo spazio al palpito dei venti.
Ci sono attimi in cui tanto mi sei
vicino, o Dio, che in Te mi sento fuso.
Tutte su me s'affacciano le stelle;
vedo mondi guardarmi e in quelle luci
sale in eternità l'ansia del tempo.
Oh, tutto è mio e più non mi appartengo.


  
Dio e natura. sono queste le coordinate spazio-poetiche all'interno delle quali si muove l'ispirazione di Colsalvatico: Dio come ricerca, sostegno, abbandono:

 Nella Tua certezza

 Alle volte mi sento prigioniero
 dello spazio;dai suoi vertici estremi
 preme l'immensità sul mio respiro.
Temo che l'orizzonte si frantumi
 e la terra, pulviscolo perduto
nell'abisso,si smemori, o Signore,
 non ritrovi nell'orbita il Tuo segno.
 Socchiudo gli occhi e innalzo le pareti
 della mia stanza intorno al mio sgomento.
dal suo segreto l'anima trabocca dalla sua intensità;
sboccia nei cieli ebra della tua luce,
in Te si spande oltre i confini,
nella tua certezza,
e i mondi innumerevoli racchiude
come polline il calice di un fiore.


La Natura come prigione vivificante, lontano dalla quale non c'è né gioia né valore:

Staccato dalla terra

Staccato dalla terra, i giorni vanno
 fuori dalle stagioni, padre,
 poiché non di raccolti odi parlare.
 E sulle morte pietre della città
conduci i tuoi svagati passi che ti
spingono inerte, muto tra gli estranei; resti
 dietro i vetri a guardare i freddi
 senza che il cuore trepidi pei geli
 che stringono i germogli. Invade i campi la
sera. E' l'ora lieta dei ritorni;
dalle finestre chiamano le luci
 ma tu non odi il nome tuo, ché il senso
 hanno perduto le parole fuori
 dei solchi. E così gli uomini e le cose.


La natura non è però un ordine cosmico freddo e lontano ma un essere vivo, senziente e amante in tutte le sue manifestazioni.
In essa ogni cosa può assumere forme antropomorfe:

Il conforto del vento

Camminava leggero, incerto il vento,
nella notte assopita, incespicando
 nei cespugli. Non c 'erano le stelle
 a indicargli la strada, ed in ginocchio
 s'è messo ad implorare alla mia porta.
 Gemeva disperato sul giacIglio di foglie,
 rotolava per le scale,
 taceva per un attimo prostrato
 e ritornava a scuotere la porta.
 Sono disceso ed anch'io mi son seduto
 sui gradini per fargli compagnia
 col mio dolore. Ed egli s'è gettato
 ai miei piedi, baciando le mie mani,
 i miei capelli. L 'alba mi ha sorpreso
 addormentato; il vento bisbigliava
 al mio orecchio parole di conforto.
 Le ascoltavo nel sonno, e sorridevo.



Non si deve però pensare ad una sorte di visione 'panica' o addirittura panteistica. Dio è sempre trascendente, è un atto di fede distinto da una Natura che, pallida immagine del divino, può solo fungere come tramite, come un ponte per valicare l'abisso che ci divide dalla Assoluta Verità, dall'Assoluto Amore.
Non a caso in gioventù Colsalvatico era soprannominato dagli amici 'il Francescano', vi era infatti in lui, oltre alla condotta semplice ed austera, una speciale capacità di entrare in comunione con le cose, di sentirle, francescanamente, 'sorelle'. A tal proposito mi si permetta un ricordo personale, piccolo ma significativo.
Era una delle prime mattinate di aprile di tanti anni fa ed io ero alla finestra prospiciente il giardinetto e la strada. Fu in quel momento che il 'Maestro', di scuro vestito, ma con il panama bianco, - segno sicuro dell'ormai arrivata primavera - uscì con il suo passo misurato lungo il vialetto d'entrata. Vicino al cancello, anch'essa in gran dignità, campeggiava solitaria una rosa, una delle prime ad aver avuto il coraggio, o forse la solerzia, di sbocciare. Colsalvatico si avvicinò ad un paio di passi. si fermò, cominciò a guardarla e restò lì, immobile per un tempo lunghissimo. poi si avvicinò - per sentirne il profumo, pensai - ma mi sbagliavo: allungata una mano le fece una carezza, lieve, come si fa con le gote di un bimbo, o come solo un bimbo saprebbe fare. E il ricordo più bello che conservo dell' " inquilino del piano di sopra", di un poeta i cui versi definirei 'aristocratici' nel senso etimologico del termine, capaci cioè di generare in che legge l'ariston, il meglio: quanto di più semplice e nobile vi è nell'animo di ciascuno.