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In
occasione dell'incontro dell'8 dicembre presentiamo due
contributi su Tullio Colsalvatico di Enzo Calcaterra e Sergio
Scoppolini
Tornando
a casa con Tullio Colsalvatico
di Enzo
Calcaterra
Qualche
anno fa, in una delle mie frequenti bighellonate per librerie,
fui attratto da un titolo: "L'idea delle Marche".
Ero fresco (per così dire) di quasi tre lustri trascorsi per
lavoro (ebbene sì: anche fare il professore di liceo è un
lavoro, troppo spesso fatica, sempre più raramente
divertimento) in Alta Italia. Come si sa, stare lontano dalla
propria terra e dalle proprie radici produce uno strano e
ambiguo effetto: le si riscopre nel ricordo e negli affetti più
vive, talora osservandole con maggiore distacco, non di rado
con occhio risolutamente severo. Per questo. l'idea della
propria "Piccola Patria" viene filtrata dagli anni e
dalle esperienze. liberandosi da superficialità e distrazioni
dì "indigeni", affinandosi nella meditazione e
nella nostalgia, ammorbidendosi e arricchendosi di sfumature
nei tratti, nei toni e nei giudizi. In questo modo colori,
sapori, luoghi del sentimento e dell'intelletto si
moltiplicano e rafforzano anno dopo anno.
Aprii il nuovo acquisto con curiosità prima che interesse,
per scoprire nei vari saggi in esso contenuti un mosaico
sfuggente, che dall'arte alla cronaca, dalla letteratura al
cinema conferma un'idea delle Marche... inafferrabile! Infatti
in questa "terra delle armonie"(le Marche, per
l'appunto)il fascino sta, in buona sostanza, nell'essere luogo
delle contraddizioni, somma di contrari, caleidoscopio che non
si lascia facilmente incardinare dalle etichette, anche se
tentativi non mancano persino al giorno d'oggi Ma perché
questo lungo, tuttavia non inutile preambolo? Debbo precisare
che al momento di far partire un'iniziativa culturale avente
come "pretesto" la figura di Tullio Colsalvatico, la
prima domanda che mi posi fu proprio questa: in cosa l'autore
- che pure ha sempre ostentato le sue radici marchigiane e le
ha considerate tra le sue muse più preziose - si riconosce
veramente nelle Marche e che cosa, per converso, gli deve oggi
la "marchigianità"?
Di Colsalvatico (confesserò anche questo) conoscevo poco o
niente e in quanto alla sua opera mi portavo dietro un bel
mucchietto di pregiudizi, di quelli che scaturiscono da una
scarsa o distratta conoscenza delle cose e delle persone.
Dunque per me Colsalvatico era la quintessenza del localismo,
una tra le innumerevoli frattaglie della letteratura
novecentesca, un cascame misto di bozzettismo e folklore,
rimasticato con un pò di dannunzianesimo mal digerito. In
definitiva, uno scrittorucolo che per trovare spazi nella
storia letteraria si era ridotto a bisbigliare ai suoi margini
per scelta, cautela, calcolo, più interessato a corteggiare
che a farsi corteggiare tra salotti medio-alti e angoli
accademici di second'ordine, fotografo di una società e di un
mondo più immaginati che vissuti. con la puzza al naso
dall'esterno, più che sofferti e macerati nel dubbio o nel
tormento della miscredenza.
Eppure Colsalvatico (così riporta il risvolto di copertina di
un suo libro) "nasce da antica famiglia di
agricoltori". trascorre la sua vita in campagna, dove il
silenzio agreste e l'educazione familiare daranno un'impronta
alla sua vita e alla sua arte.
Ma ha anche viaggiato ovunque, tenuto conferenze, fatto
l'archeologo, fondato istituti culturali e scientifici,
istituito biblioteche popolari, dato un suo contributo al
momento drammatico vissuto alla fine del fascismo. Soprattutto
ha pubblicato e tradotto in varie lingue libri di racconti,
romanzi, poesie, articoli, aforismi.
Proprio muovendo da quest'ultimo genere -per il quale non ho
mai nascosto una sorta di maniacale predilezione, variamente
ma seriamente motivata- ho cominciato a riscoprire
Colsalvatico; o, più esattamente, il senso della nostalgia
per le radici tra le righe di uno scrittore morto da quindici
anni e già quasi dimenticato. Forse, come mi è accaduto
spesso, l' ho fatto partendo dai punti più lontani, due
coordinate nel tempo (un autore d'altri tempi) e nello spazio
(un fazzoletto di terra distante centinaia di chilometri da
casa mia), felicemente combinate dal caso e dall'imprevisto.
Per me l'aforisma, di stretta misura con l'accento poetico,
rappresenta il picco più alto della sapienza che si fa
parola, oltre i quali c'è soltanto il segno, per sconfinare
nel silenzio della contemplazione.
Una "filosofia" genuina quella di Colsalvatico. che
sottende le sue poesie, i suoi racconti e romanzi e non li
riassume o "congela". al contrario di quanto si
potrebbe credere. Così parleremo di Colsalvatico, forse. Ma
più a fondo e con forza discorreremo delle nostre radici.
quelle verso cui convergono tutti i dibattiti e le mille idee
sulla "marchigianità". queste ultime così ostiche
a farsi catalogare o ridurre a "tipologia". Si
arriva così alla scoperta della parte più autentica di noi
stessi e della nostra identità. Tutto questo non è legato al
tempo, alle mode, agli stili ma al nostro modo di riconoscerci,
oltre la stessa regionalità e il campanilismo, pur essi segni
non irrilevanti di una originaria autenticità. Non parleremo
di Colsalvatico per commemorarlo, vivisezionarlo, imbalsamarlo,
riabilitarlo o consegnarlo nuovamente alla polvere e al
disinteresse. In fondo ci troveremo, con il suo ammiccare
insieme intelligente e ironico, a riconciliarci con noi
stessi, a ritornare a quella casa e a quell'angolo di mondo
che non abbiamo mai veramente perduto e dimenticato. Perché
per dirla con lui:
Tutte le strade conducono alla casa che hai perduto.
anche se non percorri la strada del ritorno
E forse quella
casa era meno lontana dl quanto non pensassimo.
L'INQUILINO
DEL PIANO DI SOPRA
ovvero Tullio Colsalvatico
di
Sergio Scoppolini
Non è facile per me parlare con distacco di Tullio
Colsalvatico; troppe volte
- fin da bambino - ne ho sentito la presenza. o forse sarebbe
meglio dire l'aura, sotto le sembianze di un'ambivalente, magica
figura: l'inquilino del piano di sopra.
Pensate ad un bambino che frequenta le elementari. portato di
natura a fantasticare, con una precoce, smodata passione per i
libri ed al "Maestro", figura dall'aspetto ieratico,
che si aggira senza far rumore tra montagne di libri sparse un
po' dovunque ed a cui tutti parlano abbassando la voce; cosa
può pensare quel bambino? Come può conciliare una figura quasi
fantastica con un semplice coinquilino?
Certo, il bambino cresce, le favole discolorano nel tessuto
grigio della realtà, ma può morire completamente quel piccolo
sognatore? Così un Pò di quel Colsalvatico è rimasto nel mio
tessuto immaginifico in un continuo mescolarsi con la persona in
carne ed ossa: un austero signore con il pizzo, sempre timoroso
della violazione della sua privacy, infastidito da ogni rumore
estraneo (compreso me quando strimpello il piano), che vorrebbe
accendere il riscaldamento condominiale in modo da avere 25°
in pieno gennaio e che, affissa alla porta di casa tiene una
mattonella di ceramica su cui campeggia l'antico saluto
francescano" Pax et Bonum".
Ed alla fine la voglia di leggere alcune delle sue opere, di
quei volumi freschi di stampa che portano sul frontespizio
illeggibili dediche ai miei genitori:
novelle, poesie, aforismi.
Sicuramente l'opera che mi ha dato il godimento più immediato
è stata "L'uomo, il tempo, l'amore" un vivace,
sottile, ironico gioco aforismatico dominato da un caldo amore
per il mondo e da un sereno abbandono di Dio. Non è però
attraverso gli aforismi che vorrei rivivere il "mio"
Colsalvatico ma attraverso le poesie, esplicitamente quelle
raccolte nel volume "Trasparenze
Operetta lieve ma densa le cui linee tematiche si legano, si
fondono, si rincorrono come in ogni buon gioco polifonico, ma in
cui si avvertono onnipresenti le note di un basso ostinato che
sostiene tutta la struttura con alcune "semplici"note
di immediata chiarezza: il divino, che appare in ogni forma -
dalla piena manifestazione alla sottile ed elusiva presenza di
fondo -,la natura onnipresente ma sfaccettata in una miriade
d'immagini, la morte -sempre dignitosa e serena -, l'addio,
solenne e profondo, il sogno e la solitudine.
Purtroppo la ridondante presenza di questi temi ha portato
alcuni a considerare Colsalvatico un "poeta contadino"
le cui "origini terrestri" ne fanno al massimo un fine
ed arguto "poeta di paese".
In realtà non c'è nulla di più falso: nei suoi versi piani ed
armonicamente regolari si esprime una visione cosmica,
atemporale, totalizzante:
lo
sono TE
Ha l'universo
il ritmo nel sangue
e il
mio respiro lo percorre quando
freme lo spazio al palpito dei venti.
Ci sono attimi in cui tanto mi sei
vicino, o Dio, che in Te mi sento fuso.
Tutte su me s'affacciano le stelle;
vedo mondi guardarmi e in quelle luci
sale in eternità l'ansia del tempo.
Oh, tutto è mio e più non mi appartengo.
Dio e
natura. sono queste le coordinate spazio-poetiche all'interno
delle quali si muove l'ispirazione di Colsalvatico: Dio come
ricerca, sostegno, abbandono:
Nella
Tua certezza
Alle
volte mi sento prigioniero
dello spazio;dai suoi vertici estremi
preme l'immensità sul mio respiro.
Temo che l'orizzonte si frantumi
e la terra, pulviscolo perduto
nell'abisso,si smemori, o Signore,
non ritrovi nell'orbita il Tuo segno.
Socchiudo gli occhi e innalzo le pareti
della mia stanza intorno al mio sgomento.
dal suo segreto l'anima trabocca dalla sua intensità;
sboccia nei cieli ebra della tua luce,
in Te si spande oltre i confini,
nella tua certezza,
e i mondi innumerevoli racchiude
come polline il calice di un fiore.
La Natura come
prigione vivificante, lontano dalla quale non c'è né gioia né
valore:
Staccato
dalla terra
Staccato
dalla terra, i giorni vanno
fuori dalle stagioni, padre,
poiché non di raccolti odi parlare.
E sulle morte pietre della città
conduci i tuoi svagati passi che ti
spingono inerte, muto tra gli estranei; resti
dietro i vetri a guardare i freddi
senza che il cuore trepidi pei geli
che stringono i germogli. Invade i campi la
sera. E' l'ora lieta dei ritorni;
dalle finestre chiamano le luci
ma tu non odi il nome tuo, ché il senso
hanno perduto le parole fuori
dei solchi. E così gli uomini e le cose.
La natura non è però
un ordine cosmico freddo e lontano ma un essere vivo, senziente
e amante in tutte le sue manifestazioni.
In essa ogni cosa può assumere forme antropomorfe:
Il
conforto del vento
Camminava leggero, incerto il vento,
nella notte assopita, incespicando
nei cespugli. Non c 'erano le stelle
a indicargli la strada, ed in ginocchio
s'è messo ad implorare alla mia porta.
Gemeva disperato sul giacIglio di foglie,
rotolava per le scale,
taceva per un attimo prostrato
e ritornava a scuotere la porta.
Sono disceso ed anch'io mi son seduto
sui gradini per fargli compagnia
col mio dolore. Ed egli s'è gettato
ai miei piedi, baciando le mie mani,
i miei capelli. L 'alba mi ha sorpreso
addormentato; il vento bisbigliava
al mio orecchio parole di conforto.
Le ascoltavo nel sonno, e sorridevo.
Non si deve però pensare ad una sorte di visione 'panica' o
addirittura panteistica. Dio è sempre trascendente, è un atto
di fede distinto da una Natura che, pallida immagine del divino,
può solo fungere come tramite, come un ponte per valicare
l'abisso che ci divide dalla Assoluta Verità, dall'Assoluto
Amore.
Non a caso in gioventù Colsalvatico era soprannominato dagli
amici 'il Francescano', vi era infatti in lui, oltre alla
condotta semplice ed austera, una speciale capacità di entrare
in comunione con le cose, di sentirle, francescanamente, 'sorelle'.
A tal proposito mi si permetta un ricordo personale, piccolo ma
significativo.
Era una delle prime mattinate di aprile di tanti anni fa ed io
ero alla finestra prospiciente il giardinetto e la strada. Fu in
quel momento che il 'Maestro', di scuro vestito, ma con il
panama bianco, - segno sicuro dell'ormai arrivata primavera - uscì
con il suo passo misurato lungo il vialetto d'entrata. Vicino al
cancello, anch'essa in gran dignità, campeggiava solitaria una
rosa, una delle prime ad aver avuto il coraggio, o forse la
solerzia, di sbocciare. Colsalvatico si avvicinò ad un paio di
passi. si fermò, cominciò a guardarla e restò lì, immobile
per un tempo lunghissimo. poi si avvicinò - per sentirne il
profumo, pensai - ma mi sbagliavo: allungata una mano le fece
una carezza, lieve, come si fa con le gote di un bimbo, o come
solo un bimbo saprebbe fare. E il ricordo più bello che
conservo dell' " inquilino del piano di sopra", di un
poeta i cui versi definirei 'aristocratici' nel senso
etimologico del termine, capaci cioè di generare in che legge l'ariston,
il meglio: quanto di più semplice e nobile vi è nell'animo
di ciascuno.
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